Diamo voce alla murgia.

rassegna stampa

Gelormini

IL XIII PAPIRO E IL SOGNO MORESCO

28 novembre 2013

“Il tredicesimo papiro” è il racconto di un sogno. Quello maturato – ancora una volta – durante la notte tormentata e agitata: lunga un assedio, che cinse Bari fra le sue mura, tra stenti, smarrimenti, fame e assassinii, nell’Anno Domini MII.

Una sorta di Iliade-levantina all’incontrario, il cui epilogo non sarà racchiuso nell’astuzia del cavallo di legno, né nella travolgente devastazione di un incendio. Quanto, piuttosto, nell’intelligenza tattica longobardorum: che fa sistema con le raffinate strategie benedettine, per segnare con testimonianze evidenti l’epoca “identitaria” di un intero Sud.

Il racconto della nascita di un asse, Bari-Venezia lungo la dorsale Adriatica, destinato a consolidarsi nel tempo, a rinnovarsi con ciclicità e a produrre relazioni trans-frontaliere  in un virtuoso gioco di sponda: tra Bari, alle porte dell’Adriatico, e Venezia: fulcro commerciale di prim’ordine, forte anche delle sue relazioni a lunga gittata col lontano Oriente.

Tener testa ai saraceni, non chinarla ai bizantini e perseguire i disegni strategici dell’intreccio proficuo tra metodologie benedettine e intuizioni d’azione longobarda, è il castrum  nel quale Vito Antonio Loprieno inquadra la vicenda raccontata, per meglio metterne inevidenza tagli levantini, riflessi meridiani e riverberi culturali di antica tradizione.

La cronaca romanzata di un pezzo di storia della città di Bari e di una paura che, a ridosso del Mille, assunse i contorni aggressivi delle scorrerie saracene. Una vicenda narrata sui contrasti binari dei suoi protagonisti principali: negli intenti sottaciuti di lotta tra personalità e caratteri dominanti o nelle manifestazioni d’affetto che tempreranno gli animi, calandosi senza pudori nella debolezza dei sentimenti più autentici.

Il potere dichiarato e inefficace del Catapano Gregorio Tarchaneiotes e quello reale, pratico e determinante di Sire Melo da Bari. Il pastorale inerte del vescovo Crisostomo e la regola disorientante dell’Abate Gerolamo. L’aiuto sperato da Costantinopoli e quello ritrovato, invece, di Venezia. Ma anche l’amore sofferto tra Leone e Anna, quello spezzato tra Esther e Rivka, o quello rigenerante tra Michele e Aurora.

Il ricordo di un’impresa – l’arrivo liberatore della flotta veneziana – destinato a durare nel tempo, che si radica nel folklore popolare con lo slancio di ammirazione e di riconoscenza dei baresi, che vollero far proprie tradizioni popolari come “lo Sposalizio del mare”, (che sul proprio lungomare, nei giorni di S. Nicola, divenne la festa della “Vidua vidue”).

Un ricordo che prova a sopravvivere immortalando l’evento sulla tela del grande sipario del Teatro Petruzzelli, de “L’ingresso trionfale di Orseolo II in Bari”, magistralmente dipinto da Raffaele Armenise, e nell’intitolazione a Venezia della parte superiore della Muraglia, decisa dal sindaco Filippo Grimani nel 1906, proprio del tratto Fortino-Santa Scolastica, da dove fu avvistata la flotta della Serenissima.

Ma che soccombe al diradarsi dei fumi del maledetto incendio del Petruzzelli, che comunque non consuma, né cancella, la consapevolezza di un’antica amicizia: tessuta nel corso di mille e qualche anno.

Una storia ricostruita e raccontata negli Annales Barenses attraverso la ricerca “speculativa” di un giovane novizio benedettino, Leone, a cui l’Abate Gerolamo guarda per tramandare la speranza di un sogno che, nella sua architettura – niente affatto onirica – racchiude tutta la lungimirante e raffinata diplomazia dei benedettini: quale soluzione più ambiziosa, ecumenica e levantina, per una città a costante rischio d’invasioni arabe, di affidarsi alla mano benedicente di un santo patrono “saraceno”?

Antonio V. Gelormini

Da Affari Italiani